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Nuove
competenze in Pediatria: la relazione di cura
A cura di M. Ancona - Presidente ADR (Analisi delle Dinamiche
di Relazione)

Indice
La
specificità del Pediatra
La
qualità in medicina
Bibliografia

Il
rapporto medico e paziente diviene occasione per i protagonisti dellincontro
di esperienze intense, profonde; talora straordinarie, altre volte frustranti
e deludenti. Esperienze che possono cambiare lesistenza di entrambi,
e rimanere iscritte per la vita nel profondo dellanima. Il momento
della cura, certo, rappresenta uno dei vertici dellesistenza umana,
come ci rammenta linsegnamento di Heidegger (1).
Il medico si trova, in virtù del proprio ruolo, ad accogliere bisogni,
timori di chi, il paziente, si sta confrontando, o paventa di essere costretto
a farlo, con gli aspetti più difficili della vita: il dolore, la
sofferenza, la malattia, la morte. Teme per sé, o per i familiari,
per il figlio, per lamico. E un incontro che nasce sotto il
segno del bisogno; necessariamente, talora drammaticamente, asimmetrico.
Bisogni di speranza, di cura, di rassicurazione, di possibilità,
di guarigione, di comprensione, di spiegazione. Tutto muta intorno e dentro
di noi, non appena perdiamo le nostre sicurezze, non appena ci sentiamo
più deboli, meno padroni, per quel che ci è consentito,
delle nostre vite. La frattura tra questo prima e dopo è radicale,
profonda. Ma anche dimorare nel mezzo, nellattesa è doloroso.
Cerchiamo qualcuno che ci stia vicino in questi passaggi, spesso lo cerchiamo
nel medico, che talora è proprio colui che da concretezza alle
nostre paure. La testimonianza di Nuland ci fa riflettere sullimportanza
del rapporto, del ruolo, della idealizzazione:
| Prima
di raggiungere un'età formata da due cifre, conobbi la speranza
(ho scelto volutamente tale termine) che la presenza di un medico
genera in una famiglia preoccupata. Durante la lunga malattia di mia
madre, anche nel periodo precedente l'approssimarsi della morte, ci
furono numerose emergenze. E il semplice fatto di sapere che qualcuno
era andato al drugstore per telefonare al dottore o che quest'ultimo
stava arrivando mutava l'atmosfera di terrore e di impotenza che regnava
nel nostro piccolo appartamento nella consapevolezza che la spaventosa
situazione poteva comunque essere controllata. Quell'uomo (l'uomo
che varcava la soglia di casa con un sorriso e un'aria sicura sul
volto, che chiamava ognuno di noi per nome, che capiva che più
di tutto avevamo bisogno di rassicurazione e che, con il semplice
atto di entrare nell'appartamento, in effetti ci rassicurava) era
ciò che volevo essere (2). |
La
malattia suscita dolore, sofferenza, paura, angoscia: <<Nessuno
mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura (3)
>> così si apre il Diario di C.S. Lewis, e più avanti:
<<Quando dico paura, intendo la nuda paura animale, l'arretrare
dell'organismo davanti alla propria distruzione; l'impressione di soffocare;
il sentirsi un topo in trappola (4) >>. Il
medico è la figura che, oggi, scegliamo per aiutarci a reggere
un confronto così arduo. Gli occhi di Nuland bambino vedono questo
uomo così sicuro, dotato di potere, grazie al quale la realtà
appare meno spaventosa; si può sostare più a lungo in sua
presenza, vicino al proprio dolore o al dolore dell'altro. Attraverso
le proiezioni di potere e di controllo il medico diviene una figura di
mediazione con l'aspetto impietoso della vita, che nella solitudine impotente
può apparire insostenibile.
Allora,
forse, possiamo dire che il rapporto medico e paziente è, dapprima,
esperienza, quindi relazione, incontro, comunicazione. Se immaginiamo
una nostra parte interiore paziente, possiamo comprendere
di cosa questa ha bisogno nel momento del dubbio, dell'incertezza. Ha
bisogno di essere ascoltata ed aiutata a far emergere anche le domande
che più intimoriscono. Necessita di un riferimento emotivo e tecnico.
Ogni medico in virtù delle proprie differenze individuali, della
specialità, dei valori e interessi personali, della motivazione,
della fase della vita e delle precedenti esperienze sviluppa un proprio
stile di cura. Certo parlare di stile di cura in unepoca di linee
guida, potrebbe apparire paradossale. Di fatto i due aspetti si integrano
e completano. Le linee guida riguardano il consenso circa lazione,
i vari momenti dellatto medico; lo stile di cura è attinente
al come seguire e realizzare i percorsi tracciati dalle linee guida. Inoltre
esiste una discrezionalità legata agli aspetti contingenti della
malattia. Ci sono cioè situazioni in cui medico e paziente possono
sperimentare una gamma più ampia di scelte, ed altre in cui la
necessità riduce la libertà. Ogni medico ha un suo modo:
più orientato alloggetto il corpo malato o
al soggetto il paziente, alla tecnica o alla relazione. Si dovrebbe
essere consapevoli del proprio stile di cura, e del modo principale di
rapportarsi con il paziente. Ogni medico dovrebbe essere in grado di modulare
il proprio stile a seconda del contesto e del paziente.
La
specificità del Pediatra
Il
caso dei pediatri di famiglia è certamente quello in cui queste
polarità devono trovare il più possibile un punto di equilibrio,
mediazione e convergenza. Un compito, certo, non facile. Sempre più
spesso il pediatra si trova a svolgere un ruolo di counselor,
le cui parole acquistano peso e credibilità proprio in virtù
del fatto che vengono dette dal pediatra. Il pediatra è spesso
lunico supporto di giovani madri talora smarrite e confuse. Non
possono più avvalersi di antichi saperi, per le radicali trasformazioni
che le famiglie allargate di un tempo hanno subito. Tuttavia quegli stessi
antichi saperi, sono appunto antichi, messi in crisi dalle nuove acquisizioni
della puericultura, della psicologia dello sviluppo etc.. Il pediatra
è anche un mediatore di nuova cultura, che contribuisce ad educare
alla salute, a migliorare la qualità della vita, e accompagna le
madri in scelte sempre più consapevoli. Il pediatra si trova così
a svolgere un ruolo centrale nel migliorare il livello di benessere generale,
soprattutto se pensiamo quanto siano importanti i primi anni di vita del
bambino per il successivo sviluppo. La natura del rapporto madre e bambino
costituisce il fondamento di una sana crescita. Individuare relazioni
a rischio, problematiche, madri in difficoltà può avere
finalità preventive significative.
Qualche tempo fa mi è accaduto di leggere una relazione clinica
dove si raccontava di una madre che accusava il marito di essere troppo
apprensivo nei confronti della figlia di due mesi. Questi, infatti, quando
la bimba si risvegliava di notte, si alzava per consolarla; comportamento
irritante per la madre, che riteneva il pianto della bimba un pianto
capriccioso. E noto che spesso il problema maggiore, è
non essere consapevoli del problema. Un pediatra attento avrebbe potuto
aiutare la madre a prendere consapevolezza di una certa difficoltà
ad accogliere i bisogni della bambina; invece di vivere in modo invidioso,
loblatività del marito.
Si definiscono così le competenze oggi richieste al pediatra: un
pediatra capace di ascoltare, accogliere e interpretare i bisogni della
madre e del bambino.

La
qualità in medicina
E
da circa venti anni che in Italia si è iniziato a parlare di qualità
nel mondo della salute. Introdurre i modelli previsiti da un approccio
che fa della qualità un vertice privilegiato di osservazione, vuol
dire avviare un complesso processo di valutazione delle strutture e risorse,
delle attività e processi, dei risultati (5).
Vuol dire interrogarsi sugli aspetti tecnici, organizzativi, economici,
ambientali, ma anche relazionali e di credibilità con cui si fornisce
il servizio di cura. Di fatto riflettere in termini di qualità
sulla complessità dellatto medico, può essere unoccasione
per coglierne i molteplici aspetti. Il momento della valutazione richiede
lattribuzione di valori: definire quindi priorità, differenze
e procedere a confronti.
E dal 1985. che sono stati istituiti allinterno degli ospedali
nuclei operativi con il compito di promuovere e valutare la qualità
tecnico-scientifica ed umana dei servizi e delle prestazioni sanitarie.
Ricordo qui un episodio che mi venne raccontato alcuni anni fa. Riguardava
lavvio dei lavori di uno di questi nuclei. Allinizio furono
individuati diversi gruppi di lavoro. Uno si costituì sul problema
della comunicazione della diagnosi.
Lavvio dei lavori vide una articolata discussione su un aspetto
preliminare. Ci si chiese cioè se il problema della comunicazione
della diagnosi fosse un problema riguardante la VRQ. Cosa suggerisce questo
episodio?
Mostra una situazione ancora di incertezza, di dubbio: la comunicazione
corretta della diagnosi, non veniva, forse ancora alcuni anni fa, equiparata
alla sua formulazione corretta. Sembrava così definirsi un contrasto
tra diagnosi sofisticata da un lato, e comunicazione sofisticata dallaltro.
Mentre era evidente che fosse possibile valutare la qualità delle
diagnosi effettuate, non sembrava pertinente chiedersi se si sarebbe potuto
immaginare una comunicazione della diagnosi migliore di unaltra:
uno stile relazionale qualitativamente superiore ad un altro.
Tuttavia porsi il problema, vuol dire iniziare ad avviare una riflessione.
Per quei medici la comunicazione della diagnosi iniziava ad essere un
tema non più di pertinenza esclusiva della psicologia; sentivano
che potevano affrontarlo direttamente, senza altre mediazioni.
Interrogarsi sulla qualità della comunicazione della diagnosi,
voleva dire avviare unanalisi di un processo complesso in cui medico
e paziente sono in vario modo coinvolti. Ma la valutazione non si esaurisce
in un discorso analitico e oggettivo. La valutazione quantitativa apre
ad una visione simbolica e etica: vuol dire attribuire e riconoscere valore
a ciò che si fa, differenziare, individuare priorità. Si
colgono differenze, e avviano confronti: momenti da cui originano idee
sul proprio operare, sul proprio ruolo. Riflettere su ciò che si
fa, apre ad un atteggiamento dialettico.

Bibliografia
- M.
Heidegger (1927), Essere e Tempo, Torino, UTET, 19862, pp. 308-309.
- S.B.
Nuland (1993), Come moriamo, Milano, Mondatori, 1997, p.289.
- C.S.
Lewis (1961), Diario di un dolore, Milano, Adelphi, p.9.
- Ibidem,
p.19.
- A.
Donabedian (1980), La qualità dell'assistenza sanitaria. Principi
e metodologie di valutazione, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1990.
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